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Intervista del Viceministro Taniya a cura di Riccarda Lapetuso
E’ stato sottoscritto il Protocollo d’Intesa fra il Ministero degli Esteri e l’Associazione “Europa-Abcasia”

Abkhazia, la Repubblica che non c’è 03.11.2012

Abkhazia, la Repubblica che non c’è

Di fatto è indipendente da 20 anni, in pratica è isolata da tutta la comunità internazionale. Lo Stato caucasico può contare sul sostegno della Russia, ma non accetta padroni

A metà tra una Repubblica sovietica e la Costa Smeralda, l’Abkhazia somiglia a tanti posti ma non è uguale a nessuno. Questo spicchio di terra sul Mar Nero fa ufficialmente parte della Georgia, eppure solo chi non lo conosce affatto può pensare che i suoi abitanti prendano ordini dal governo di Tbilisi. La convivenza forzata con i vicini orientali è finita di fatto vent’anni fa, con una guerra sanguinosa che ha visto vincere gli abkhazi, un popolo di appena 250mila persone di lingua circassa che da allora si comporta come nazione indipendente, col suo governo, le sue forze di sicurezza e le sue tasse. I georgiani, sfrattati e imbestialiti, dicono invece che si tratta di una repubblica dipendente, una pedina in mano dei nemici russi, che la foraggiano solo per ficcare una spina nel fianco di Tbilisi.

Siamo nella periferia meridionale della Federazione russa, in una striscia di terra stretta tra le potenti montagne del Caucaso e la parte più cristallina del Mar Nero. L’aeroporto più vicino è quello di Sochi, località di villeggiatura amata dal Cremlino, che organizza qui tutti i maggiori eventi internazionali, dai vertici con Berlusconi fino alle Olimpiadi invernali del 2014 (approfittando della vicina montagna di Krasnaya Polyana). Il confine appare dopo chilometri di gru e ponteggi, tra strade e palazzi in costruzione, un enorme cantiere solo parzialmente giustificato dal business olimpionico. Poi le ruspe scompaiono e appare una frontiera.

La Russia è uno dei sei Paesi che riconosce l’Abkhazia – insieme a Venezuela, Nicaragua, Tuvalu, Nauru e Vanuatu – e ci tiene a trattarla come uno Stato indipendente: al confine i soldati di entrambe le parti squadrano il passaporto, controllano i due visti, fanno passare a piedi solo chi è invitato dalle autorità competenti, vale a dire l’autoproclamato governo abkhazo. Una volta dall’altra parte, però, sembra non essere cambiato niente: la gente parla in russo, paga in rubli, guida Lada scassate o Suv giganteschi. Che sfrecciano sulla strada come in un’eterna gara tra camorristi. Le differenze si svelano con gradualità. Man mano che ci si avvicina alla capitale Sukhum cresce la sensazione di assenza. Non ci sono le enormi fabbriche sovietiche abbandonate ai rovi e alla desolazione. Non c’è la selvaggia urbananizzazione finanziata dai petroldollari di Gazprom. Non c’è il cielo plumbeo e cechoviano che asfissia le metropoli di Putin. L’Abkhazia è una lunga foresta bagnata di sole, un’esplosione di verde fatta di palme, limoni e pini secolari che circondano villaggi demoliti dalla guerra e piccole città che stanno riaffiorando dalla distruzione. A Gagra, la località più turistica della Repubblica, le ricche famiglie moscovite riempiono le case per le vacanze, ma le ville che una volta ospitarono Stalin e i suoi colleghi del Politburo non ci sono più. È solo una delle tante cose che mancano a chi vive in uno Stato che secondo il mondo non esiste.

Ci sono possibilità che a noi sembrano scontate, come il bancomat. Ma non si possono ritirare soldi da un conto corrente straniero se sei in una repubblica che i Paesi stranieri non riconoscono. E anche gli autoctoni che hanno qui il loro deposito bancario, possono usarlo giusto per i pagamenti ai propri connazionali, perché neanche internet riconosce le coordinate di un conto corrente abkhazo. E poi non si può viaggiare se non verso Mosca. Per spostarsi ci vuole un passaporto riconoscibile, e quasi tutti qui ne hanno uno, gentilmente offerto dagli amici russi. Ma la Georgia lo contesta e la comunità internazionale tentenna, quindi gli abkhazi che chiedono il visto per l’Europa difficilmente lo ottengono. «Tbilisi cerca di isolarci in tutti i modi», dice in un perfetto inglese il giovane viceministro degli Esteri abkhazo, Irakli Khintba. «Neanche i nostri ragazzi chiamati a giocare a calcio in Italia possono trasferirsi». Se il presidente georgiano Michail Saakashvili fa di tutto per impedire l’integrazione dell’Abkhazia nel contesto internazionale, è perché non vuole rinunciare a una terra dove abitavano centinaia di migliaia di suoi connazionali, scappati con la guerra e costretti da 20 anni a vivere da profughi a Tbilisi. «Nella città di Gali, però, sono tornati 60mila rifugiati su una popolazione originaria di 75mila», sostiene Batal Kabakhia, del Center for humanitarian program. «Nemmeno nella ex Jugoslavia si è registrata una tale percentuale di ritorni». Gali è il distretto più orientale dell’Abkhazia, l’unico a maggioranza georgiana, e la vita da quelle parti non è rosea. Oltrè alla povertà, c’è un forte problema di isolamento: la legge abkhaza esclude i cittadini di Gali dalla partecipazione politica, perché vieta la doppia cittadinanza, mentre loro non rinunciano alla carta d’identità georgiana. «La zona di confine viene sfruttata da Tbilisi per destabilizzarci. Fanno infiltrare i loro terroristi per eliminare chi collabora con noi. Hanno ricostituito la Legione bianca – un corpo paramilitare nato negli anni Novanta, che addestra pure i bambini e si specializza in operazioni segrete». Se da una parte le tesi abkhaze sono confermate da frequenti attentati, dall’altra non bisogna dimenticare che siamo in Caucaso, la terra dei complotti. Gli abkhazi accusano i georgiani, ad esempio, di finanziare i movimenti più radicali della comunità circassa, una grande famiglia etnolinguistica che vive nel sud della Russia e di cui gli abkhazi fanno parte, per alimentare una spinta secessionista e scatenare la repressione di Mosca. Per Sukhum questo scenario non è accettabile. Il Cremlino non funzionerà alla perfezione, ma è l’unico ad aiutarli economicamente e hanno bisogno che resti loro amico.

Amico, non padrone. Gli abkhazi non sono tipi da fare i vassalli. Le loro istituzioni, disconosciute da Europa e Usa, funzionano meglio di molti Paesi universalmente accettati. «Abbiamo la divisione dei poteri e un assemblea legislativa con 35 deputati», spiega Emma Gamisonia, vicepresidente del Parlamento. I palazzi istituzionali sono riuniti a nord di Sukhum, a due passi dal la terrazza sul mare che è il principale luogo di aggregazione della città. Ma in giro non c’è mai un sacco di gente, solo gruppi di uomini – sia anziani che giovani – intenti a giocare a backgammon o a domino. L’università, invece, è fuori dalla città e molto più frequentata. «Abbiamo 3mila studenti, provenienti anche da altre repubbliche del Caucaso, e 8 facoltà. Molti Paesi europei riconoscono i nostri titoli anche senza accordi intergovernativi», ci spiega il rettore Aleko Gvaramia, dopo averci elencato i suoi premi accademici. Mentre Batal Kolbakhia ci tiene a sottolineare gli sfrozi di trasparenza del governo: «Le strutture commerciali pagano una sola tassa che va direttamente allo Stato, non a vari enti pubblici, altrimenti i soldi si disperderebbero in mazzette».

Gli abkhazi non fanno i vassalli perché del nostro Medio Evo non hanno conosciuto neanche la servitù della gleba, perché, come ci spiega lo storico Stanislav Lakoba, «la nostra comunità ha sempre vissuto in gruppi organizzate come tribù, eravamo un popolo di “puri contadini” liberi e armati di pistola, che costituivano la guardia dei principi. Erano gli stessi nobili, poi, a mandare i loro figli a vivere nelle famiglie rurali per ricevere l’educazione primaria». La maestra degli abkhazi è la montagna, la loro tradizione guerriera. Il codice di comportamento pubblico, tramandato oralmente per secoli, prevede una serie infinita di regole, e obbliga al rispetto di una rigida formalità. «Meno parli con una persona e più lo rispetti. Mio zio non ha mai detto una parola a suo suocero in vita sua, per dimostrargli quanto lo ammirasse», racconta Lakoba. Regole legate a una tradizione religiosa che ancora oggi convive con il cristianesimo ortodosso. Si chiama apsuara, e coincide con l’identità stessa degli abkhazi. Qualcuno lo chiama paganesimo, altri monoteismo arcaico, perché a un unico dio superiore fanno da corollario tante divinità secondarie.

C’è il dio dei tuoni o quello della caccia, c’è persino quello degli occhi belli. Si invocano nei santuari nascosti nella natura, protetti da famiglie che si tramandano il compito di custodirli da generazioni. «A chiedere aiuto nei luoghi sacri si va solo come ultima risorsa, bisogna stare attenti», avverte Lakoba. «Ci sono spazi inavvicinabili, come il triangolo delle Bermude, dove anche gli animali non si avventurano. E ci sono luoghi sacri dove si prendono decisioni, ancora oggi». Luoghi come Likhny, un paesino non troppo lontano dal mare, dove una chiesetta ortodossa è meta di periodici pellegrinaggi. Eppure si tratta di un tempio piccolo e povero. Ma questo luogo è speciale: il prato di fronte ospita le riunioni delle famiglie più importanti dell’Abkhazia. Nei primi anni Novanta, quando infuriava la guerra con la Georgia, gli anziani si sono ritrovati qui per decidere di non arrendersi. A Mykuashta, invece, oggi c’è un ippodromo, un circuito minimale come il Circo Massimo, ma verde come l’acqua profonda. Tutto intorno, solo silenzio. Anche qui ci si riunisce per prendere decisioni importanti. Non lontano c’è un altro santuario, quello di Elyr-Nikha. «In questi luoghi si fanno sacrifici per chiedere la pioggia o altre grazie», continua Lakoba. «Per ringraziare gli dei, ad esempio, si può ammazzare un bue». Lo spirito del Caucaso sopravvive ai secoli, anche al crescente desiderio di modernità. Gli abkhazi invocano gli investimenti esteri per ricostruire le infrastrutture che la guerra ha demolito e puntano sul turismo, contando sull’ottima reputazione che questa terra ha sempre avuto tra i russi. Ma puntano anche sul loro modello di governo: «La nostra è una lunga tradizione di democrazia diretta», sostiene Kabakhia. «A partire dai Consigli degli anziani al nostro rapporto diretto con le istituzioni. Tutti possiamo parlare direttamente con il nostro presidente, anche oggi. Siamo forti perché abbiamo fiducia l’uno nell’altro». Quella che gli manca, è la fiducia degli altri.


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